lunedì 13 dicembre 2010

Le Cose, di Georges Perec, è nello scaffale più in alto

Un appartamento nella grande città, ampio e luminoso, arredato con gusto discreto ma personale, con stanze ariose dove la vita è leggera e semplice, dove tutti i problemi di un'esistenza materiale trovano una soluzione naturale e immediata.
Un lungo corridoio dai soffitti alti, un soggiorno con divani e pareti ricoperte da scaffali di libri, una camera da letto dai colori avvolgenti, uno studio stipato di carte in un fitto ordine e poltrone antiche ovattate.
Un ambiente domestico che non conosce l'amarezza o il rancore, che dedica il proprio spazio soltanto a vivere, liberamente godere ogni singolo momento della vita.

Sarebbe loro piaciuto essere ricchi. Credevano che avrebbero saputo esserlo. Avrebbero saputo vestirsi, osservare, sorridere come della gente ricca. Avrebbero avuto il tatto, la discrezione necessari. Avrebbero dimenticato la loro ricchezza, sarebbero stati in grado di non esibirla. Non se ne sarebbero vantati. L'avrebbero respirata. I loro piaceri sarebbero stati intensi. Avrebbero amato camminare, andare a spasso, scegliere, apprezzare. Avrebbero amato vivere. La loro vita sarebbe stata un'arte di vivere.

Jerome e Sylvie, 24 e 22 anni, hanno da poco finito l'università. Siamo negli anni in cui la macchina economica dell'occidente non ha molto tempo da perdere, e per chi lo desidera un lavoro e una carriera sono possibilità facili da afferrare. Jerome e Sylvie sono psicosociologi, fanno sondaggi di mercato per delle agenzie di pubblicità.

Con i loro amici, spesso, la vita era vorticosa.
Erano una compagnia, una squadra. Si conoscevano bene; avevano, scolorando gli uni negli altri, abitudini comuni, gusti e ricordi in comune. Avevano il loro vocabolario, i loro gesti, i loro modi di dire. Troppo evoluti per somigliarsi perfettamente, ma, senza dubbio, non ancora abbastanza per non imitarsi più o meno consapevolmente, passavano gran parte della propria vita in scambi di questo tipo. Se ne irritavano spesso; se ne divertivano ancora più spesso.

Vivevano per quei momenti propizi, istanti preziosi di quando, spingendo la porta di un locale, si è investiti dalla calda atmosfera accogliente, il tintinnio delle posate e dei bicchieri, che sapevano cogliere forse un po' meglio degli altri, e che portava loro una piacevole sensazione di calma, quasi torpore, per un attimo, e esaltava tutto quello che c'era di effimero e fragile in quelle piccole gioie.

Ma i pericoli li attendevano da ogni parte. Avrebbero voluto che la loro storia fosse la storia della felicità; ma era, troppo spesso, quella di una felicità minacciata. Erano ancora giovani, ma il tempo passava in fretta. Un vecchio studente, era qualcosa di sinistro; un fallito, un mediocre, è ancora più sinistro. Avevano paura.

Forse non avevano le idee chiare. Forse la generazione precedente, messa di fronte a una situazione così drammatica, a una guerra e un'occupazione, aveva saputo formarsi una coscienza più chiara di se stessa.
Ma una guerra imperversava anche allora: la guerra d'Algeria, con la sua retorica e la sua diversa e lontana eco. Fu grazie alla guerra che riuscirono a mettere da parte per un attimo le loro preoccupazioni personali.

Non avrebbero saputo dire esattamente cosa fosse cambiato con la fine della guerra. A lungo sembrò loro che la sola impressione che potessero sentire fosse quella di una fine, di una conclusione languente, malinconica, che lascia dietro di sé un sentimento di vuoto, di amarezza, nutrendo i ricordi nell'ombra. Il tempo se n'era andato; un'epoca era finita; la pace era arrivata, una pace che non avevano mai conosciuto; la guerra terminava. In un colpo solo sette anni balzavano nel passato.
Uno dopo l'altro, tutti gli amici soccombevano. Al tempo della vita senza ormeggi succedeva il tempo delle sicurezze. Jerome e Sylvie furono severi, furono ingiusti. Parlarono di tradimento, di abdicazione.

A volte, per delle ore intere, per dei giorni, un desiderio frenetico di essere ricchi, subito, immensamente, s'impadroniva di loro e non li lasciava più. Era un desiderio folle, malato, oppressivo, che governava ogni loro gesto. Ovunque andassero, erano attenti soltanto al denaro. Avevano incubi da milioni di gioielli.
Frequentavano le grandi aste di Drouot, di Galliera. Si mescolavano ai signori che, catalogo alla mano, esaminavano i quadri. Attraversavano residenze, scuderie, laboratori, hangar, forni, silos e garages che facevano parte delle loro proprietà in campagna, miraggi dei loro desideri.

Tentarono di fuggire. Otto mesi a Sfax, in Tunisia, insegnanti nella scuola locale. Fuggirono e trovarono le settimane e i mesi del deserto, senza ricordi e senza memoria, uguali gli uni agli altri.

Tutto avrebbe potuto continuare così. Avrebbero potuto restare tutta la loro vita. Il denaro non sarebbe mancato. Alla fine sarebbero riusciti a trovare un posto a Tunisi. Si sarebbero fatti dei nuovi amici. Avrebbero comprato una macchina. Avrebbero avuto una bella villa, con un grande giardino, a Marsa, a Sidi-Bousaid, a El Manza.

Ma non potevano scampare al loro destino. Il tempo, ancora una volta, avrebbe lavorato al posto loro. Sentirono la mancanza della primavera sulla Senna, del loro albero in fiore, della Place des Vosges. Emozionati, si ricordarono della loro libertà così cara, delle grasse mattinate, delle cene a lume di candela.
- E se ritornassimo, dirà uno.
- Potrebbe essere tutto come prima, dirà l'altra.

Per le loro ultime ore a Sfax, rifecero, gravemente, la loro passeggiata rituale.

Rivedranno Parigi e sarà un'autentica festa. Andranno a zonzo lungo la Senna, nei giardini del Palais-Royal, nelle stradine di Saint-Germain. Ogni notte sarà un nuovo invito. Accarezzeranno i flaconi di profumo, sfioreranno le cravatte.
Tenteranno di vivere come prima. Riproveranno con le agenzie di una volta. Ma l'idillio sarà rotto. Di nuovo, soffocheranno. Crederanno di morire di piccolezza, di esiguità.
Sogneranno di fortune. Sogneranno di fuggire in campagna. Sogneranno di Sfax.
Non resisteranno a lungo.

Un giorno - non avevano sempre saputo che sarebbe arrivato? - decideranno di finire, una volta per tutte, come gli altri.

Chiude il libro una citazione.
Il mezzo fa parte della verità tanto quanto il risultato. Bisogna che la ricerca della verità sia essa stessa vera; la ricerca vera, è la verità dispiegata, di cui i membri sparsi si riuniscono nel risultato.

martedì 2 novembre 2010

ti ho cercato nei palazzi, in europa, nel mondo e nel mare

La conclusione a cui si giunge necessariamente è che queste persone sono stabilmente in malafede. Ed essendo in malafede, non c'è bisogno di sentirli per sapere cosa dicono, lo si sa già prima che aprano bocca.
Dato che il valore di una persona si misura anche dalla singolarità di quanto dice, dal ripensare ogni volta ai perché del proprio agire e pensare, dal rimettersi in discussione, si arriva a credere che il valore di queste persone sia nullo.
Dopo questa conclusione, la domanda è se ci si può fidare di persone che sono in malafede. La risposta è evidentemente no.
La nuova domanda è allora perché queste persone, nonostante questo, siano sempre lì a a decidere per tutti. Ed è qui che il pensiero si ferma, non si può rispondere.
Speriamo provvisoriamente.

martedì 26 ottobre 2010

una sconfinata ammirazione


Domenica mattina, una volta aperta la finestra, ogni suono si faceva di colpo chiaro e distinto. Il cinguettare perpetuo di diversi uccelli sul tetto delle case, le gocce isolate che cadono a terra dagli spigoli dei palazzi, il rumore regolare di tacchi solitari che si allontanano sul selciato, un'auto che si avvicina, spegne il motore, una chiave nella toppa, una porta che si apre, il sottofondo di un cielo grigio e umido.
Dopo averci pensato su, ho richiuso la finestra e tutto è tornato ovattato e distante.

Mi sembrava di essere in un istituto per educandi, isolato e sprofondato nel suo torpore, e mi percepivo distaccato da ogni cosa, con invincibile ironia senza uscita.

Poi, questa sera, mi capita di leggere alcune righe come queste, che parlano di un alunno e una maestra.
Quella signora simpatica vestita di nero ci insegnava matematica, chimica, fisica e scienze naturali. La prima volta che è entrata in aula l'abbiamo accolta in piedi, e lei ha detto: "Buongiorno, si siedano". E ci siamo seduti con grande frastuono.
Poi silenzio.
Poi lei ha cominciato: "Esistono due classi contigue di grandezze" e ha continuato più o meno per un'ora senza che nessuno, credo, riuscisse a capire niente.
Io, a corto di intelligenza speculativa, abituato a raccogliere mirtilli rossi o mirtilli neri con un pettine speciale per portarli a mia madre, che ci faceva le sue marmellate, non soltanto non capivo il significato di quelle parole "Esistono due classi contigue di grandezze", ma purtroppo non capivo neanche "perché" nel mondo potesse essere stata inventata una frase di quel genere.
Dove potevo depositarla? Dove stava la necessità di quella frase?
Per me, allora, il mondo era tutto a disposizione.
Una volta ho chiesto a Giovannino Lopes, antico pescatore delle isole Eolie, che cosa potevo portargli dalla città. Giovannino ci ha pensato un po' su, poi ha risposto: "Non ho bisogno di niente". Io allora ero più o meno nello stesso stato. Forse lo sono ancora.
Allora, quello che c'era c'era e quello che non c'era non c'era.

Ancora una volta, c'è qualcosa che lega queste esperienze così diverse. Cercarlo sarà un'idea che avrò sempre in mente.

lunedì 30 agosto 2010

previsioni

Le previsioni del tempo davano pioggia nel weekend, addirittura la nuvoletta con il fulmine la domenica mattina. Ho deciso allora di andare in piscina di sabato pomeriggio, uno degli ultimi giorni, forse, in cui ci si possa sdraiare sul prato ad asciugare nel sole.
Verso le sei, cumuli bianchi di nuvole incombevano sulla linea verde degli alberi, quasi come vivere in un paese ai piedi di altissime montagne, ma il sole ha sempre avuto la meglio.
Sono rimasto di più in acqua, e ho fatto il doppio delle vasche che faccio di solito, lente e veloci, fino al limite dell'affanno. È da quel momento che mi è tornata una sensazione che avevo ogni tanto da piccolo, il bisogno frequente di prendere delle grandi boccate d'aria, riempire completamente i polmoni come dopo uno sforzo prolungato, alzando le spalle per aiutare il diaframma ad attirare all'interno il più ossigeno possibile.
È una delle poche cose che in questi giorni mi ha ricordato sensazioni lontane nel passato.
Il futuro invece me lo ha ammonito una frase che ho letto in un libro poco prima di restituirlo. Era sempre sabato, questa volta di mattina, ed ero seduto nel portico dell'ex-macello che ospita ora la biblioteca.
Era un libro difficile, fitto di citazioni e non sempre facile da seguire, che un giorno dovrò comprare per poterlo sottolineare e avere vicino. Un'esistenza senza bisogni è in fondo un'esistenza superflua, c'era scritto. Mi è sembrato un libro molto saggio.

martedì 17 agosto 2010

con che occhi guardare

L'imperatore - così si racconta - ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l'imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all'orecchio; e gli premeva tanto che se l'è fatto ripetere all'orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l'esattezza di ciò che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono abbattute e sugli scaloni che si levano alti ed ampi son disposti in cerchio i grandi del regno), dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. Questi s'è subito messo in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l'uno or con l'altro braccio si fa strada nella folla. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all'aperto, come volerebbe! E presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! Ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla; c'è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se gli riuscisse precipitarsi fuori dell'ultima porta - ma questo mai e poi mai potrà avvenire - c'è tutta la città imperiale di fronte a lui, il centro del mondo ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tantomeno col messaggio di un morto. Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera.
Franz Kafka, Il messaggio dell'imperatore

La sera, sogno anch'io di questo messaggio. A volte mi sembra quasi di sentirlo, a volte c'è solo l'eco della mia attesa.
Un mucchio di cose da fare, ma me ne dimentico sempre, me ne ricordo quando è troppo tardi. Niente sembra lasciare delle impronte durature, le onde le cancellano inesorabili senza nemmeno sapere quello che fanno. Il tempo si allunga paziente e poi si contrae di scatto, non mi resta che rimandare tutto a domani. Ma io sono sicuro che c'è qualcosa, nessuno arriverà ad avvertire, bisogna fare in modo che succeda casualmente. Fermarsi non vale la pena, una piccola dose di malattia.

lunedì 26 luglio 2010

mente candida


Alcuni dicevano che mi sarebbe piaciuto, per altri mi sarebbe stato rivoltante. Non ho pianto dopo la fine del film, ma certamente ha fatto riaffiorare sensazioni già provate, così lontane nel tempo da diventare annebbiate, dubitando per un attimo di esserci stati immersi, provando nostalgia di qualcosa ricordandolo in purezza.

A casa, la luna allagava le stanze dalle finestre aperte, totale silenzio in strada essendo il bar chiuso per ferie, il caldo afoso dei giorni scorsi mitigato dall'aria quasi fresca della sera.
Senza la voglia di dormire né di sfogliare una rivista, ho aspettato pazientemente accanto alla bottiglia dell'acqua.

Il giorno dopo al bar ho fatto la conoscenza di tale Cesare, che mi ha raccontato per sommi capi la sua storia e brandelli del suo passato, e ho rivisto con piacere sotto i portici il musicista ambulante che dicono mi assomiglia.

sabato 19 giugno 2010

diverso tempo fa

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.

Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti.

Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile...
Pier Paolo Pasolini 14 novembre 1974

lunedì 7 giugno 2010

tornando a casa


Credo che ogni via delle Rimembranze sia fiancheggiata da case liberty, villette per una o due famiglie, forse anche un po' più grandi ma in ogni caso sempre edifici con una certa serena ricercatezza, con forme sinuose nel ferro dei cancelli e geometrie curiose dei volumi che incuriosiscono l'occhio e fanno venire voglia di visitarli per scoprire gli spazi all'interno.
Di questa stagione, ogni via delle Rimembranze profuma anche delicatamente, per merito dei fiori che crescono pacifici in ogni giardino e diventano con disinvoltura dei rampicanti decorativi sulle pareti.
Non ci sarebbe niente di strano se uscisse di casa un signore antico, distinto e curato, di mezza età, con giacca grigia, cappello e bastone da passeggio, che mi salutasse cordialmente dandomi del voi.

In ogni via Cappello, invece, questa sera i passanti sentirebbero, oltre al rumore dei propri passi solitari, anche il ticchettio di una macchina da scrivere da una finestra semiaperta in alto, in una luce giallognola e isolata, ovattata dal fumo e dall'umidità ristagnante.

venerdì 21 maggio 2010

ripensamenti


L'ultima abitazione, in cui vissero per vent'anni, è stata la leggendaria casa di legno di Bargfeld.
I pro e i contro dell'acquisto sono indagati con rigore scientifico e viene istituito un "Fascicolo Bargfeld": il paese sarebbe situato 20 km a NO di Celle; 350 il numero di abitanti e 45 le case; la stazione ferroviaria più vicina a Eldingen; la strada provinciale ha termine qui, più oltre solo brughiera e silenzio; ufficio postale e telefono pubblico nella locanda; nessuna chiesa; la scuola all'altra estremità dell'abitato, dunque fonte di rumore trascurabile; alle elezioni il 30% dei voti per la SPD; foresta quasi il 50% dei dintorni; non una casa verso NO per km; nebbia; luna e pioggia di prima qualità; inestimabile quiete - comprovata da due pernottamenti - in cui sprofondare al lavoro...

lunedì 3 maggio 2010

discorsi della cena


Scopro che esistono in Italia mille varietà di mela, anche se quelle comunemente disponibili sono soltanto sette o otto, selezionate dal mercato perché più resistenti al trasporto e alla conservazione. Il resto, oggi, sono consumi di nicchia.

– Ora che non c'è Beppino e son sola, farò economia, – dichiarava ogni momento mia madre, sentendosi povera. – Mangerò poco. Una minestrina, una braciola, un frutto.
Recitava ogni giorno questo menu. Credo che le piacesse dire "un frutto", perché ne ricavava un senso di frugalità. Riguardo alla frutta, usava comprare sempre certe mele chiamate, a Torino, "carpandue". Diceva "son carpandue!" come diceva di una maglia "è di Neuberg!" e di un paltò "è del signor Belom!" Quando capitava che mio padre si lamentasse delle mele che venivano in tavola, trovandole cattive, mia madre diceva stupita: – Cattive? Son carpandue!
Natalia Ginzburg

Così, sono rimasto catturato da una nostalgia per qualcosa che per me non è stato, per un'infanzia in una famiglia con fratelli, parenti, visite di vicini e conoscenti. Associo questa infanzia alla grande città, condomini come contenitori di storie, larghi corsi brulicanti, lunghi viaggi e racconti.
Ne sono rimasto affascinato e incuriosito, e mi è capitato di fantasticare come avrebbe potuto essere.

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c'incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia…

sabato 17 aprile 2010

mappa dell'oceano


Osservare metodicamente le strade e le persone, applicarsi, prendere tempo, sforzarsi di esaurire il soggetto anche se sembra cosa grottesca e futile, non scrivere "eccetera".
Annotare il luogo (la terrazza di un caffé vicino all'incrocio Bac-Saint-Germain), l'ora (le sette di sera), la data (15 maggio 1973), il tempo (bello stabile).
Vedere quello che c'è da vedere, quello che succede di notevole. Si sanno riconoscere le cose notevoli? C'è qualcosa che ci colpisce? Non ci colpisce nulla. Non sappiamo vedere.

Vorrei che esistessero dei luoghi stabili, immobili, intangibili, inviolati e inviolabili, immutabili, radicati; dei luoghi che siano dei riferimenti, dei punti di partenza, delle fonti.
Il mio paese natale, la culla della mia famiglia, la casa dove sarei nato, l'albero che avrei visto crescere (che mio padre avrebbe piantato il giorno della mia nascita), il granaio della mia infanzia riempito di ricordi intatti...
Non esistono luoghi come questi, ed è proprio perché non esistono che lo spazio diventa domanda, cessa di essere evidenza...
Lo spazio è un dubbio, devo continuamente contrassegnarlo, designarlo, non è mai mio... I miei spazi sono fragili, il tempo li userà, li distruggerà, e niente assomiglierà più a quello che era, i miei ricordi mi tradiranno, l'oblio s'infilerà nella mia memoria, guarderò senza riconoscerle alcune fotografie ingiallite dai bordi tutti rotti.
Lo spazio fonde come la sabbia che cola dalle mani. Il tempo vince e non me ne lascia che qualche lembo informe.
Scrivere: cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa, sottrarre qualche resto al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o un qualche segno.

domenica 4 aprile 2010

conversazioni

Di certe pesche si dice in italiano che hanno "l'anima spicca", il nocciolo, cioè, ben distaccato dalla polpa. A spiccarsi del pari il cuore dalla carne o, se vogliamo, l'anima dal cuore, è chiamato l'eroe di fiaba, poiché con un cuore legato non si entra nell'impossibile.
Cristina Campo

Parlavo giorni fa con un ospite venuto da lontano, alternante un modo di fare brusco e burbero a slanci di umanità e ricordi. Mi diceva che ai suoi figli, che nonostante la sua ampia età sono più giovani di me, ha lasciato soltanto un consiglio su cosa fare nella vita, lavorativamente parlando. Fate quello che, se ne aveste la possibilità, fareste senza nessun compenso.
Mi ha colpito che questa riflessione venisse da un cittadino del paese più attento e governato dalla logica del profitto, gli USA, e so per esperienza che nemmeno lui non ne è affatto immune. Ma dopotutto, pensandoci, mi sembra che dietro questa apparente contraddizione ci sia un modo di vedere coerente.
Bob è una persona che ha dovuto sgomitare per farsi apprezzare, e conosce il valore incalcolabile di un lavoro che appassiona, rispetto al baratto fra alcune ore del proprio tempo e uno stipendio a fine mese. E da americano, conosce ugualmente l'importanza del mercato e del profitto.
Il suo suggerimento non è un ripudio dei soldi, che non hanno colpe in sé, ma una sottolineatura che il denaro da solo ha certamente un prezzo, ma non ha un valore. Il valore viene al contrario dal poter seguire un'inclinazione personale, quello che si chiama anche "realizzare se stessi".

Si può avere uno stipendio senza essere realizzati, ma dificilmente si può essere realizzati senza uno stipendio. L'ideale, come nel suo caso, è chi si sostenta con i proventi di ciò che ama fare. E ci siamo trovati d'accordo nel constatare che sono pochi quelli che hanno la fortuna di essere in una situazione simile, e che non è facile rendersene conto.

A volte mi sembra che, un po' come in borsa, il breve termine abbia il sopravvento nel soppesare le decisioni. Con distaccata amarezza, lo dico anche per me stesso.

giovedì 18 marzo 2010

considerazioni di carattere bottegaio


Che La nube purpurea, pubblicata nel 1901, sia un capolavoro, continuamente più riuscito e trascendente di un qualsiasi romanzo di Émile Zola ‒ per nominare a caso un grande famoso sull'orlo del secolo ‒ sembra non solo accertabile in sede di lettura, ma anche dimostrabile in sede critica. Se si paragonano gli argomenti profferti, nel romanzo di Zola troveremo probabilmente una famiglia torbida, un padre ubriaco, una figlia prostituta, la differita constatazione che i poveri sono poveri, che gli avari sono avari e che i parigini abitano a Parigi: se a un tratto apparissero tra i personaggi un egizio, o semplicemente un pesce volante, ho l'impressione che il romanzo barcollerebbe, a dimostrare la fragilità della sua struttura.
J. Rodolfo Wilcock

Man mano che il tempo passa, sembra che ne approfitti per erodere i margini dei ricordi, smussare tutte le asperità e trasformarli in forme ormai tutte uguali, banali, scontate. Per comodità o forse poca memoria, spariscono a poco a poco tutte le sfumature che ho riconosciuto nelle cose la prima volta che le ho incontrate, e rimane soltanto un nome e una vaga impressione, simile a tante altre.
Ci vuole veramente fatica e impegno per mantenere, conservare di ognuna la diversità, la meraviglia e l'entusiasmo che ha suscitato, in tutti i suoi dettagli. Non è vero che "quello che non si può dire in poche parole non lo si può dire neanche in molte".

lunedì 1 marzo 2010

una domanda tecnica

Dio è impotente. È impotente per amore. Se avesse mantenuto un po' di potere, non amerebbe come ama. Buon Dio, aiutaci nella nostra impotenza.
John Berger

Mi chiedo perché San Paolo, dopo la conversione, aspettò tre anni prima di recarsi a Gerusalemme e conoscere di persona coloro che facevano nascere la prima comunità cristiana. Così ho letto negli Atti degli Apostoli. 

nl

Oltre ai testi degli Atti occorrerebbe considerare anche la Lettera di San Paolo ai Galati, nel primo capitolo, per avere una visione più completa degli eventi e delle motivazioni. Saulo era sicurissimo della visione che gli attestava che Gesù di Nazareth era veramente risorto e gli dava l’incarico della missione. Alcuni esegeti (tra cui anche Lutero) non escludono che Saulo abbia parlato, dopo la sua conversione, privatamente con qualcuno dei primi testimoni della risurrezione, in particolare con Pietro: Ma ciò che importa soprattutto a Saulo è di sottolineare la indipendenza delle sue scelte. In seguito andrà anche a Gerusalemme per consultarsi pubblicamente con Cefa. ( cfr. Galati 1,18).
Cardinal Martini

sabato 20 febbraio 2010

calma attesa

All'interno del cinema, nel buio della sala semideserta, mi sembrava di pensare a voce alta. Mi sembrava cioè che i miei segreti commenti o le impressioni fossero realmente nell'aria, persino con un accento emiliano che non mi conoscevo. Dopo un'esitazione ho capito che erano le discussioni di una coppia di anziani, seduta non molto distante.
Una volta uscito, ho trovato una pioggia leggera che mi ha accompagnato, le strade e i vicoli erano spesso vuoti e umidi, ero molto concentrato ma non saprei dire esattamente su che cosa. Certamente non avevo scordato alcuni visi, soprattutto uno, e ci stavo ancora pensando.
Ora mi sembra impossibile, ma forse un giorno l'avrò dimenticato. Mi accorgo di quanti sono i visi che non conosco più, e le sensazioni che mi hanno dato che sono diventate estranee. Se ci penso percepisco un sentimento di vuoto che sento familiare, come di spazio che improvvisamente si dilata intorno a me e accentua una mia solitudine. E allo stesso tempo ho l'illusione di ritrovare quei visi, e che loro sappiano che c'è stato un giorno in cui li ho conosciuti, e che siano anche un po' bonari nel ricordarselo.

domenica 24 gennaio 2010

allo stesso posto


Non voglio fare nient'altro
se non vegliare ancora un po',
è così bello rimanere soli
ancora desti e vivi.
Posso già stare coricato a metà
e fino al sonno già cullarmi
nel sogno.
-
Pregare è stasera
tutto ciò che mi resta da fare.
L'ho terminato, il giorno,
ho vigilato su di esso
e ora posso riposare.
-
La bella poesia deve essere secondo me un bel corpo, che deve fiorire da parole misurate poste smemoratamente, quasi senza idee sul foglio.

Chissà perché non avevo apprezzato, a suo tempo, le poesie che avevo letto di Robert Walser. Forse perché le avevo lette come avrei letto un giornale, in fretta come una storia scorrevole di cui non si vede l'ora di scoprire la fine.
Oggi, risfogliando quel libro, credo che andrebbe letto costringendosi alla lentezza, e magari anche accantonato e ripreso liberamente nel tempo. Un po' come anche i suoi racconti, talmente intrisi di un animo da riempire il mio dopo poche pagine, da sentire il bisogno di una pausa per ripensare e far sedimentare, se possibile.
Un suo racconto ha lo stesso peso di un romanzo di un altro ipotetico autore: non è possibile leggerne in quantità senza fare confusione ed essere sopraffatti. È giocoforza centellinare.

Proprio nei suoi racconti, continuo a ritrovare personaggi che nascono da Walser stesso, dalle sue impressioni e preoccupazioni; a volte mi sembra che sia lui stesso a parlare nella sua vita di ogni giorno, a volte invece credo che stia facendo recitare un personaggio che avrebbe voluto essere, ma che non era. Non è sempre chiaro dove finisca uno e incominci l'altro, ed è bello che sia così.

lunedì 18 gennaio 2010

Anche nello spessore dei muri si può leggere il desiderio di possedere il tempo

Viaggiare mi piace perché mi dà la possibilità di vedere, soprattutto mi fa osservare molte cose dal finestrino. Spesso il viaggio ha un'andata e un ritorno (al punto di partenza), ma è quando non ne ha che assomiglia molto all'esistenza, che non è scritta su un copione e quindi sembrerebbe lasciare spazio all'improvvisazione.
Il vero viaggiare, credo, si accompagna ad un riflettere, che riesce quasi naturale e spontaneo per il semplice sfilare di paesaggi e dettagli nuovi, ma proprio per questo è anche molto difficile. L'attenzione è catturata da tutto questo inedito, e si è troppo occupati a registrarlo senza pause per poter pensare a quello che si vede. Per questo, alcuni fotografano dal finestrino, perché un'istantanea può sempre essere utile a richiamare una sensazione o eventualmente mostrarla ad altri.
Credo però che le espressioni più belle siano quelle che nascono immediatamente, e che bisogna essere pronti a fissare in qualche modo se non hanno la forza di conservarsi a lungo nella mente (come secondo me il più delle volte succede).
Il pensiero del titolo, che è la frase che più mi ha colpito in un libretto di Sottsass, nasce da uno dei suoi viaggi, in Iran nel 1998, dall'osservazione del muro di un antico edificio in rovina. Un muro spesso e possente, ad esempio, costruito con materiali forti e incorruttibili, può aspirare a consegnare all'eternità un edificio, una cassaforte di memorie e un supporto infinito di pensieri.
Ma come dice Sottsass stesso, quel desiderio dell'uomo è destinato ad esaudirsi raramente. Infatti, sembra che non ci sia idea, per generosa che sia, capace di resistere al tempo.

martedì 12 gennaio 2010

osmosi

In a gallery of over 20,000 square feet,
David Hammins simply shut off all the lights
and handed visitors small keychain flashlights.
Although it would probably take hours or days to be absolutely sure of it,
equipped only with their tiny blue lights,
most viewers soon realized
there was nothing in the space.
Some joked it was a visual art exhibition
to which blind people could relate.
Others feared they would get lost in the vast darkness
and never find their way out.

Mi attirano le esperienze di chi si confronta, perdendo in partenza, con la dimensione dell'infinito. Cercare con costanza, custodendo l'intima certezza che non si troverà nulla, mi sembra a volte la scelta paradossalmente più logica, equilibrata e sensata possibile. È un tentare cosciente di stare il più vicino possibile a quello che si è, alla condizione autentica di ognuno.
Nella sua metodica sconfitta, si dice che sia un po' come l'uomo cieco che, in una stanza buia, stia cercando un gatto nero che non è lì.
Per me, nella frase di Antony Huberman, la riga da mettere in grassetto è la quarta.

domenica 10 gennaio 2010

una specie di paralisi


Ho provato una sensazione familiare, che ho collegato subito con il sentirmi a casa, ascoltando un video ripetitivo e ipnotico montato all'ingresso di una mostra. Solo poi ho scoperto che si intitolava Teaching a plant the alphabet, ripromettendomi anche di cercare di saperne di più.
Mentre mangiavo al tavolino del bar del museo, sentivo sillabe sempre uguali ripetersi quasi all'infinito. Allora mi ha contagiato una sensazione di torpore, rallentando i miei movimenti, e mentre finiva il pomeriggio ho percepito avvolgermi un alone ovattato, molto distintamente ma senza che nessuno se ne accorgesse.


In realtà, già poco prima mi ero soffermato davanti ad un altro video, che aveva catturato la mia attenzione senza apparentemente dirmi nulla. Non era soltanto la bellezza della protagonista, o il sottofondo musicale profondamente torbido; mi sembrava esserci dell'altro, quasi un'intuizione senza uscita, o il desiderio di un calore. Sì, forse il desiderio e la nostalgia di un calore.
Oggi però, a qualche giorno di distanza, l'impressione sembra svanita. Sento una mancanza, ma sono sicuro che ritornerà.