giovedì 28 dicembre 2006

sulla naturalità della vita

La frase in sé è comunque sibillina: “la vita va tutelata fino al suo naturale tramonto”. Naturale. Già, e senza le macchine e le cure la vita di Welby avrebbe avuto un tramonto naturale già da molto tempo. E così, non si sa se senza volerlo o meno, la frase si capovolge, da ammonimento autoritario a rassicurante giustificazione di quello che è stato.
Come dire, non potevo dare il mio assenso, ma riconosco che forse è stato meglio così.

mercoledì 27 dicembre 2006

cavalleria errante

“Lento, ma inarrestabile, cavalca nei secoli l’allampanato cavaliere Don Chisciotte; dietro, il suo scudiero tondo e proverbioso”. Purtroppo finisce anche un libro che si vorrebbe non finisse mai, che è un universo infinito con un inizio e una fine.

Un’enciclopedia umana della realtà e del sogno, così paiono a me queste milleduecento e abbondanti pagine. Ho trovato il Don Chisciotte citato ovunque mi voltassi, e ancora lo trovo; e mi sembra di aver capito perché, perché è una storia vivente, ricca, Calvino direbbe “che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”, che è una definizione tanto azzeccata quanto inflazionata, perchè ormai fa mi pensare a qualcosa di polveroso, soporifero e pesante fin che vuoi.

Ma se io sono proprio quel lettore sfaccendato, illustre o oscuro che fa da destinatario, allora questo libro è veramente “il più bello, il più brillante, il più geniale che si possa immaginare”.

E chi la vuol più cotta, se la cocia.

sabato 23 dicembre 2006

perdersi e ritrovarsi



Un 20 maggio Giorgio Messori scriveva:

“E oggi pomeriggio, mentre l’aspettavo, ho finito anche il libro degli ultimi racconti di Čechov, così belli e veri da far piangere, e ho letto anche nell’introduzione che Čechov li aveva scritti quando era al colmo d’amore per la donna che più ha amato in vita sua, ed era però cosciente pure della sua fine imminente tanto da scrivere a questa donna, in una lettera, che «lei era l’ultima pagina della sua vita». Che ho trovato una delle espressioni più belle, e malinconiche, che si possano dire a un’amata.
A volte con Ljuda ho la stessa impressione. Non qualcosa di passaggio, proprio l’approdo che si potrebbe meglio desiderare, difficile persino da immaginare”.

Sapeva, mentre scriveva, che in realtà stava scrivendo di se stesso?

Ogni volta che risfoglio il suo libro, diario o taccuino che dir si voglia, riscopro la dolcezza del perdersi e del ritrovarsi. Perdersi è prendere la via di un esilio volontario verso una città sconosciuta, stare solo con le proprie sensazioni e accettare di mettersi in gioco totalmente. Ritrovarsi è riconoscere se stessi in ciò che rimane sul fondo e riconciliarsi con i propri pensieri.
Perdersi accettando l’idea di portare con sé, su di sé, la solitudine e la malinconia. Ritrovarsi capendo che solitudine e malinconia non sono un fardello, ma compagni di viaggio dentro e fuori di sé. Essendo disposti ad accorgersi che la grazia della solitudine “arriva solo quando scompare la disgrazia del sentirsi soli”.

Giorgio Messori, Nella città del pane e dei postini.

martedì 19 dicembre 2006

Marcello



Marcello, poeta della vita e ora da dieci anni poeta dei sogni.
Sogni da vivere fino in fondo, sogni senza sosta, senza respiro, senza tregua. Sogni da vento in faccia, senza pensarci due volte, dritti nel cuore del mondo.

domenica 17 dicembre 2006

Dio!! Perché non ci sei mai? Perché ti chiamo e non mi rispondi? Non posso farcela da solo senza di te, mostrami mia strada, ti prego, la mia strada. Cosa devo fare? Toglimi da questo sconforto, da questo stare e soffrire, guardami per favore. Aiutami, perché se fossi un bimbo andrei di corsa sotto le coperte, e ora posso solo osare gridare. Mi manca il respiro, mi sento soffocare e morire, voglio scappare e non stare in nessun posto, per favore. Non lasciarmi qui. Non lasciarmi solo. Stammi vicino, guidami, ho bisogno di te. Non so più cosa fare, quale sia la mia direzione, La mia sofferenza è così .. Forse le mie lacrime non significano nulla per te? Non abbandonarmi, ti prego

martedì 12 dicembre 2006

il tempo è il "come"



"Che cosè il tempo?

Se il tempo trova il suo senso nell’eternità, allora esso va compreso muovendo da quest’ultima. […] Porre il problema in questo modo va bene a condizione che noi disponiamo del punto di partenza indicato, cioè che conosciamo e comprendiamo a sufficienza l’eternità. […] Se Dio dovesse essere l’eternità, allora il modo appena suggerito di considerare il tempo non potrebbe rimanere nell’aporia fino a quando non saprà di Dio. […] Se l’accesso a Dio è la fede, e se accettare l’eternità non è altro che questa fede, allora […] è il teologo il conoscitore adeguato e competente del tempo.

[…]

Non guardiamo alla risposta, ma ripetiamo la domanda. Che cos’è accaduto alla domanda? Si è trasformata. “Che cos’è il tempo?” è diventato: “chi è il tempo?”. Più precisamente: siamo noi stessi il tempo? O ancora più precisamente: sono io il mio tempo? Così mi faccio il più vicino possibile al tempo, e se intendo bene la domanda, allora con essa tutto si è fatto serio. Dunque questo domandare è il modo più adeguato di accedere al tempo e di trattarlo in quanto ogni volta mio. Allora l’esserci sarebbe problematicità."

Martin Heidegger, Il concetto di tempo.

lunedì 11 dicembre 2006

la mia ossessione per il tempo



Solo quando mi allontano da qui mi avvicino a me.
Per avvicinarmi a me devo allontanarmi da qui.

Partirò con un biglietto di sola andata. E lì sì, dovrò essere capace di concedermi del tempo. Già lo so, non sarà facile, ma ho il dovere di provarci e di riuscire.

E se è vero che noi siamo il nostro tempo, allora capire che il tempo non lo si può perdere. Ma allora, come mai a volte ho l’impressione di stare fermo mentre tutto mi corre veloce accanto?

mercoledì 6 dicembre 2006

autunno / inverno


Ho la mia postazione ad un secondo piano di fronte alla finestra, e attraverso i vetri vedo prima la patina marrone impolverata calcarea del tempo e dell'acqua che passa inesorabile, e poi il profilo delle colline nella foschia del mattino.
Mi dico che la nebbia e il paesaggio umido ed elettrico appartengono proprio al mio inverno. Il buio sotto la copertura dei rami, le foglie bagnate appiattite sotto le scarpe, il profumo del muschio e delle cortecce gocciolanti. Il profilo indistinto e grigio degli alberi in fila in lontananza, una volta usciti all'aperto dal fitto del bosco.

sabato 2 dicembre 2006

un inizio casuale








"In poco tempo, i bollettini di sorteggio finirono per omettere la lista delle multe e si limitarono a elencare i giorni di prigione relativi a ciascun numero avverso. Questo laconismo, che passò allora quasi inavvertito, fu di importanza capitale. Fu la prima apparizione nella lotteria di elementi non pecuniari. Il successo fu grande. Su insistenza dei giocatori, la Compagnia si vide costretta ad accrescere la proporzione dei numeri avversi."