mercoledì 16 marzo 2011

pop


Slab ed Esther se ne stavano davanti a un cavalletto da pittore, nello studio di lui, a osservare il Cheese Danish n. 35, sentendosi reciprocamente a disagio. Il Cheese Danish era una mania recente di Slab. Da un po' di tempo aveva preso l'abitudine di dipingere, come in preda a furore creativo, questi dolci snack mattutini, in tutti gli stili, in tutte le condizioni di luce e di ambiente possibili e immaginabili. La stanza era già disseminata di Cheese Danish cubisti, fauve e surrealisti. "Monet ha trascorso l'autunno della vita nella sua casa di Giverny, dipingendo le ninfee dello stagno del suo giardino giapponese" sostenne Slab. "Dipingeva ninfee di ogni tipo. Gli piacevano le ninfee. Ora anch'io sono nell'autunno della mia vita. Mi piacciono i Cheese Danish, mi hanno nutrito più a lungo di quanto riesca a ricordarmi. E così li dipingo. Perché no?"

Non capisco da dove venga il rumore martellante, per la verità molto ovattato, che sento provenire dalla strada, dal soffitto, dai vicini, forse anche dalla tromba delle scale.
Riempirò semplicemente il mio bicchiere, e lascerò che la serata sfumi nell'indistinto.

martedì 8 febbraio 2011

le parole devono essere tutte indispensabili

Ho sentito dire questa frase: "Cogli l'attimo fuggente!"
È una parola! Per me è una frase senza senso. Davvero, non si può incitare a cose impossibili.
Lo posso dire con assoluta certezza, perché ho verificato tutto ciò io stesso. Ho cercato di cogliere l'attimo fuggente, ma non l'ho preso e sono riuscito solo a rompere l'orologio. Ora so che è impossibile.
È impossibile allo stesso modo "cogliere lo spirito dell'epoca", perché un'epoca è la stessa cosa di un attimo, solo più grande.
Altro è dire: "Fissate ciò che accade in quest'attimo" Questo è tutt'un altro affare.
Per esempio: uno, due, tre! Non è successo niente! Ecco che ho fissato un attimo in cui non è accaduto nulla.
Ne ho parlato a Zabolockij. La cosa gli è piaciuta molto, ed è rimasto tutto il giorno seduto a contare: uno, due, tre! E prendeva nota del fatto che non era accaduto niente.
Daniil Charms

sabato 29 gennaio 2011

hong kong e singapore

Nonostante i 21 gradi della stanza, sento freddo. I termosifoni scottano, mi copro, ma non riesco ad allontanare il gelo. Non ho appetito. Ricordo il momento in cui ascoltavo questa canzone, su un vecchio stereo in una grande casa, quasi clandestinamente, con un acquario, a Berlino.
Là questa canzone faceva affiorare dei ricordi dalla memoria, ora ricordi di ricordi di ricordi, un'infinita catena che, improvvisamente, non ha più un inizio ma soltanto momenti sospesi da qualche parte vicino e lontano.
Mi piacerebbe avere dei segreti da confidare. Mi pare di essere immobile da ore e ore, con il freddo intorno, alla ricerca di qualcosa che conosco bene eppure non posso spiegare, con un po' di paura e apprensione per quando dovrò svegliarmi da questo sogno.
Fuori ora la lampada che dondola muove ombre sul palazzo di fronte, vedo ondeggiare il segno delle finestre sulle finestre immobili.

domenica 23 gennaio 2011

logica cordiale


Da: Alessandro De Nicola
Oggetto: Re: Signor ministro conti bene quelle leggi
Data: 23 gennaio 2011 17.26.46 GMT+01.00
A: nicola locatelli

Egregio dr. Locatelli,
grazie della lettera.
La mia rassegnazione non è necessariamente personale (non è detto che io, magari attraverso gli articoli, non cerchi di contrastare il metodo bunga-bunga).
E' una previsione rassegnata che si riallaccia anche alle nostre passate esperienze di prima Reubblica. Gli italiani tenono a pensare "piuttosto che i comunisti meglio i ladri della DC (o del PSI)". Ha una sua logica.
Cordialente
Alessandro De Nicola



Oggetto: Signor ministro conti bene quelle leggi
Da: nicola locatelli
Data: 23 gennaio 2011 14.40.54 GMT+01.00
A: Alessandro De Nicola

Caro De Nicola,

ho letto con interesse il suo articolo sul Sole di oggi, come ogni domenica.

Se lei fosse il datore di lavoro di chi amministra attualmente l'azienda-stato (come in effetti è, insieme a me e ad altre 60 milioni di persone circa) non si sentirebbe preso in giro da obiettivi sbandierati e mai raggiunti, da una considerazione della cultura "liberale" che oscilla fra l'ignoranza e il disprezzo?

Come è possibile che l'incredibile filosofia del "ghe pensi mi" si stia sostituendo all'amministrazione di uno stato?

Mi pare che la malattia non stia mollando la presa, anzi.
Dalle sue ultime righe, credo di poter dire che questa impressione sia condivisa. Ma ho l'impressione che in lei prevalga un rassegnato accontentarsi della situazione, nel comprensibile sconforto per le possibili alternative, ma sottovalutando l'eccezionale gravità della situazione.

Non credo sia possibile "accontentarci della semplificazione bunga-bunga ancora per un po'".
Sono anni che è "il momento decisivo" e non succede mai nulla.
Se si permette che la situazione continui ad andare alla deriva, i danni che provocherà saranno sempre più irreparabili, e li pagheremo tutti.

D'altro canto, nessuno sembra in grado offrire non già un grande sogno, ma persino una banale via d'uscita.
Forse il detto "ognuno ha il governo che si merita" è più che mai valido.
Aspettiamoci, purtroppo, una recrudescenza dell'unico linguaggio che rimane al disagio sociale: la violenza.

La ringrazio e le auguro una buona giornata e buon lavoro, un saluto,

nicola locatelli
mantova

sabato 1 gennaio 2011

il pellegrinaggio in Oriente


Finalmente nella parte più alta dell'immenso edificio arrivammo in un solaio dove si sentiva un odore di carta e cartone, e lungo le pareti per molte centinaia di metri si vedevano sportelli di armadi, dorsi di volumi e fasci di documenti: un archivio enorme, una grandiosa cancelleria. Nessuno si curò di noi, tutti lavoravano in silenzio; ebbi l'impressione che tutto il mondo, compreso il firmamento stellato, fosse governato di lì o almeno registrato e sorvegliato. Rimanemmo a lungo in attesa, intorno a noi giravano senza far rumore, con le mani piene di schede e cataloghi, numerosi bibliotecari e archivisti che appoggiavano scale e vi salivano, mentre montacarichi e carrelli erano in moto sommesso. Infine Leo si mise a cantare. Commosso ascoltai quelle note che una volta mi erano tanto familiari: era la melodia di uno dei canti della Lega.


A quel canto tutto si mise in movimento. I funzionari si ritirarono, la sala si allungò verso sfumanti lontananze, piccoli e irreali lavoravano i diligenti impiegati al fondo dell'immenso paesaggio degli archivi; ma la zona vicina si vuotò del tutto, si allargò solennemente, nel mezzo apparvero numerose sedie ben allineate e, un po' dal fondo, un po' dalle numerose porte della sala si fecero avanti molti Superiori, i quali andarono a mano a mano a occupare tranquillamente le sedie. Le file si empirono l'una dopo l'altra, elevandosi gradualmente ad anfiteatro e culminando in un grande trono che non era ancora occupato. Il solenne sinedrio empì la sala fino al trono. Leo mi guardò come per ammonirmi ad aver pazienza, a tacere rispettosamente, e a un tratto scomparve in mezzo ai Superiori e non mi riuscì più di rintracciarlo. Vidi invece qua e là, tra i Superiori che si adunavano intorno all'Eccelso Seggio, qualche figura nota, seria o sorridente, vidi Alberto Magno, il barcaiolo Vasudeva, il pittore Klingsor e altri.

lunedì 13 dicembre 2010

Le Cose, di Georges Perec, è nello scaffale più in alto

Un appartamento nella grande città, ampio e luminoso, arredato con gusto discreto ma personale, con stanze ariose dove la vita è leggera e semplice, dove tutti i problemi di un'esistenza materiale trovano una soluzione naturale e immediata.
Un lungo corridoio dai soffitti alti, un soggiorno con divani e pareti ricoperte da scaffali di libri, una camera da letto dai colori avvolgenti, uno studio stipato di carte in un fitto ordine e poltrone antiche ovattate.
Un ambiente domestico che non conosce l'amarezza o il rancore, che dedica il proprio spazio soltanto a vivere, liberamente godere ogni singolo momento della vita.

Sarebbe loro piaciuto essere ricchi. Credevano che avrebbero saputo esserlo. Avrebbero saputo vestirsi, osservare, sorridere come della gente ricca. Avrebbero avuto il tatto, la discrezione necessari. Avrebbero dimenticato la loro ricchezza, sarebbero stati in grado di non esibirla. Non se ne sarebbero vantati. L'avrebbero respirata. I loro piaceri sarebbero stati intensi. Avrebbero amato camminare, andare a spasso, scegliere, apprezzare. Avrebbero amato vivere. La loro vita sarebbe stata un'arte di vivere.

Jerome e Sylvie, 24 e 22 anni, hanno da poco finito l'università. Siamo negli anni in cui la macchina economica dell'occidente non ha molto tempo da perdere, e per chi lo desidera un lavoro e una carriera sono possibilità facili da afferrare. Jerome e Sylvie sono psicosociologi, fanno sondaggi di mercato per delle agenzie di pubblicità.

Con i loro amici, spesso, la vita era vorticosa.
Erano una compagnia, una squadra. Si conoscevano bene; avevano, scolorando gli uni negli altri, abitudini comuni, gusti e ricordi in comune. Avevano il loro vocabolario, i loro gesti, i loro modi di dire. Troppo evoluti per somigliarsi perfettamente, ma, senza dubbio, non ancora abbastanza per non imitarsi più o meno consapevolmente, passavano gran parte della propria vita in scambi di questo tipo. Se ne irritavano spesso; se ne divertivano ancora più spesso.

Vivevano per quei momenti propizi, istanti preziosi di quando, spingendo la porta di un locale, si è investiti dalla calda atmosfera accogliente, il tintinnio delle posate e dei bicchieri, che sapevano cogliere forse un po' meglio degli altri, e che portava loro una piacevole sensazione di calma, quasi torpore, per un attimo, e esaltava tutto quello che c'era di effimero e fragile in quelle piccole gioie.

Ma i pericoli li attendevano da ogni parte. Avrebbero voluto che la loro storia fosse la storia della felicità; ma era, troppo spesso, quella di una felicità minacciata. Erano ancora giovani, ma il tempo passava in fretta. Un vecchio studente, era qualcosa di sinistro; un fallito, un mediocre, è ancora più sinistro. Avevano paura.

Forse non avevano le idee chiare. Forse la generazione precedente, messa di fronte a una situazione così drammatica, a una guerra e un'occupazione, aveva saputo formarsi una coscienza più chiara di se stessa.
Ma una guerra imperversava anche allora: la guerra d'Algeria, con la sua retorica e la sua diversa e lontana eco. Fu grazie alla guerra che riuscirono a mettere da parte per un attimo le loro preoccupazioni personali.

Non avrebbero saputo dire esattamente cosa fosse cambiato con la fine della guerra. A lungo sembrò loro che la sola impressione che potessero sentire fosse quella di una fine, di una conclusione languente, malinconica, che lascia dietro di sé un sentimento di vuoto, di amarezza, nutrendo i ricordi nell'ombra. Il tempo se n'era andato; un'epoca era finita; la pace era arrivata, una pace che non avevano mai conosciuto; la guerra terminava. In un colpo solo sette anni balzavano nel passato.
Uno dopo l'altro, tutti gli amici soccombevano. Al tempo della vita senza ormeggi succedeva il tempo delle sicurezze. Jerome e Sylvie furono severi, furono ingiusti. Parlarono di tradimento, di abdicazione.

A volte, per delle ore intere, per dei giorni, un desiderio frenetico di essere ricchi, subito, immensamente, s'impadroniva di loro e non li lasciava più. Era un desiderio folle, malato, oppressivo, che governava ogni loro gesto. Ovunque andassero, erano attenti soltanto al denaro. Avevano incubi da milioni di gioielli.
Frequentavano le grandi aste di Drouot, di Galliera. Si mescolavano ai signori che, catalogo alla mano, esaminavano i quadri. Attraversavano residenze, scuderie, laboratori, hangar, forni, silos e garages che facevano parte delle loro proprietà in campagna, miraggi dei loro desideri.

Tentarono di fuggire. Otto mesi a Sfax, in Tunisia, insegnanti nella scuola locale. Fuggirono e trovarono le settimane e i mesi del deserto, senza ricordi e senza memoria, uguali gli uni agli altri.

Tutto avrebbe potuto continuare così. Avrebbero potuto restare tutta la loro vita. Il denaro non sarebbe mancato. Alla fine sarebbero riusciti a trovare un posto a Tunisi. Si sarebbero fatti dei nuovi amici. Avrebbero comprato una macchina. Avrebbero avuto una bella villa, con un grande giardino, a Marsa, a Sidi-Bousaid, a El Manza.

Ma non potevano scampare al loro destino. Il tempo, ancora una volta, avrebbe lavorato al posto loro. Sentirono la mancanza della primavera sulla Senna, del loro albero in fiore, della Place des Vosges. Emozionati, si ricordarono della loro libertà così cara, delle grasse mattinate, delle cene a lume di candela.
- E se ritornassimo, dirà uno.
- Potrebbe essere tutto come prima, dirà l'altra.

Per le loro ultime ore a Sfax, rifecero, gravemente, la loro passeggiata rituale.

Rivedranno Parigi e sarà un'autentica festa. Andranno a zonzo lungo la Senna, nei giardini del Palais-Royal, nelle stradine di Saint-Germain. Ogni notte sarà un nuovo invito. Accarezzeranno i flaconi di profumo, sfioreranno le cravatte.
Tenteranno di vivere come prima. Riproveranno con le agenzie di una volta. Ma l'idillio sarà rotto. Di nuovo, soffocheranno. Crederanno di morire di piccolezza, di esiguità.
Sogneranno di fortune. Sogneranno di fuggire in campagna. Sogneranno di Sfax.
Non resisteranno a lungo.

Un giorno - non avevano sempre saputo che sarebbe arrivato? - decideranno di finire, una volta per tutte, come gli altri.

Chiude il libro una citazione.
Il mezzo fa parte della verità tanto quanto il risultato. Bisogna che la ricerca della verità sia essa stessa vera; la ricerca vera, è la verità dispiegata, di cui i membri sparsi si riuniscono nel risultato.